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I Desaparecidos di Damasco – Il Venerdì

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Dall’inizio della guerra civile in Siria sono scomparse 75mila persone. Le loro moglie o madri sfilano ovunque. Vogliono verità e giustizia

Beirut. Seduta in un luminoso salotto, nel quartiere greco-ortodosso di Geitawi, Fadwa Mahmoud giocherella, come una bambina, con un ciondolo a forma di rondine. È una signora raffinata, dallo sguardo fiero e dai lineamenti segnati dal dolore e dal tempo sospeso. Nonostante siano passati quasi sei anni, indossa ancora la fede nuziale e conserva nitidi ricordi di quel giorno di fine estate. Era nella sua casa a Damasco, affaccendata a cucinare un piatto della tradizione levantina quando suo figlio Maher l’ha telefonata per l’ultima volta. <<Siamo in auto, stiamo arrivando a casa. Ho appena recuperato papà all’aeroporto, mi ha detto. Dopo pochi minuti l’ho richiamato per chiedergli se volevano del tabboleh (insalata di prezzemolo, nda). Il telefono era staccato. Da quel momento non ho più saputo che fine hanno fatto>>.

Il figlio Maher e il marito Abdelaziz sono spariti il 20 settembre 2012. Sono due dei 75.000 desaparecidos scomparsi in Siria dall’inizio del conflitto nel 2011. Amnesty International stima che la maggior parte delle sparizioni forzate sia imputabile al regime siriano ma almeno 7500 sono da attribuire ad altri gruppi armati, come l’Isis, Jabhat al-Nusra o Hezbollah.

<<Abdelaziz faceva parte del partito comunista: era andato in Cina per cercare potenziali soluzioni pacifiche al conflitto. Era un uomo che credeva nella non violenza e nei diritti. Non ha mai utilizzato un’arma. Anche se il regime ha sempre negato la loro presenza nelle carceri siriane, sono certa che siano stati i Mukhābarāt (i servizi segreti, nda) a prenderli>>, afferma senza indugio.

Fadwa, alawita come la famiglia di Assad, conosce perfettamente i metodi di detenzione e di tortura del regime. Arrestata nel 1991 per appartenenza a un partito di opposizione al Baath, ha scontato un anno e mezzo di pena, mentre era incinta di suo figlio Maher. Il marito quattordici. Rievoca quegli anni con un imperscrutabile velo di nostalgia, elencando i nomi dei compagni arrestati, di quelli spariti e degli ideali che li spingevano a nascondersi in umide catapecchie a leggere i libri di Marx, Lenin e Gramsci, proibiti dal regime. Il fenomeno delle sparizioni forzate, infatti, è presente in Siria sin dagli anni ottanta e novanta. Far sparire nel nulla migliaia di persone era il metodo più efficace per reprimere oppositori e dissidenti. Ieri come oggi.

<<Sono decine di migliaia le persone arrestate negli ultimi tre decenni di cui si sono perse le tracce>>, chiarisce Leen Hashem, responsabile di Amnesty per le campagne sulla Siria, <<ma dal 2011 il fenomeno si è intensificato. In genere le persone sono arrestate ai check-point o prelevate direttamente da casa. Le famiglie degli scomparsi vivono in un perenne stato di sospensione, senza sapere dove sono i loro cari e se sono ancora vivi. E i parenti, che cercano di scoprire la verità, rischiano la vita>>.

Fadwa è stata costretta a lasciare la Siria, pochi mesi dopo la scomparsa di Maher e Abdelaziz, per ragioni di sicurezza legate alla sua attività di ricerca. Oggi vive a Berlino ma alterna periodi tra la Germania e il Libano. Qui, nel 2017, insieme a un gruppo di donne siriane, ha fondato il movimento “Family for Freedom” con lo scopo di dare voce alle famiglie dei detenuti scomparsi o di civili di cui si sono perse le tracce.

<<Non siamo un gruppo politico, non rappresentiamo l’opposizione, né il regime. Siamo famiglie: siamo madri, sorelle, mogli. Ciò che chiediamo è il diritto alla verità. Vogliamo sapere dove sono i nostri figli>>.

Come in Argentina, durante la dittatura di Jorge Rafael Videla, las Abuelas si radunavano nella Plaza de Mayo per chiedere verità e giustizia sui figli scomparsi, oggi sono le donne siriane a farlo. Londra, Parigi, Bruxelles. Noleggiano un autobus, tappezzato con le fotografie dei famigliari e girano per le capitali europee per sollevare l’attenzione dei governi sul tema dei “desaparecidos” in Siria. Il prossimo appuntamento sarà a Berlino pochi giorni dopo il 30 agosto, giornata internazionale degli scomparsi. Le donne appartengono a diversi gruppi etnici e confessionali: sono arabe e alawite, cristiane e musulmane e provengono da svariate regioni della Siria.

Il giorno che incontriamo Ghada Abo Mestu, è un torrido pomeriggio di fine ramadan. In un remoto villaggio della Bekaa orientale, dove i minareti e i campanili sorgono a poca distanza l’uno dall’altro, è in corso una chiamata skype tra le altre donne del movimento. Si coordina così la diaspora dei famigliari dei desaparecidos siriani, in esilio in Germania, Francia, Inghilterra o in Libano.

<<Mio marito non era un’attivista, né un oppositore del regime. Era un contadino>>, racconta Ghada. E’ originaria di Daraa, una città di confine a metà strada verso il deserto, dove un gruppo di bambini a marzo 2011 scrisse “Il popolo vuole la caduta del regime”. Le torture subite dai bambini da parte delle forze di sicurezza innescarono la reazione della popolazione civile che si propagò in tutta la Siria.

<<Quando sono iniziate le proteste mio marito ripeteva ‘anche se Bashar al-Assad cade, resterò sempre un contadino’. È andato a lavorare un giorno in un campo vicino a una zona militare del regime e non è più tornato>>.

Nel suo salotto, Ghada ha riunito altre donne. Preferiscono mantenere l’anonimato perché <<se i nostri cari fossero ancora vivi, avrebbero delle ripercussioni>>, dicono. Il destino dei loro mariti è il medesimo. Uomini incappucciati, armati di kalashnikov, hanno bussato alle porte delle loro case nel cuore della notte. Hanno prelevato gli uomini e se li sono portati via. <<Non so chi fossero, se il Mukhābarāt o Jabhat al-Nusra. Hanno chiamato mio marito con il suo soprannome, “Abu Ahmed, Abu Ahmed”, prendi i tuoi documenti e il cellulare e seguici. Da allora non ho più saputo nulla di lui>>.

In questi sette anni, la rivoluzione, iniziata pacificamente nel 2011, si è trasformata in un’atroce guerra civile che oggi conta più di 500 mila morti e undici milioni di rifugiati oltre i confini (un milione e mezzo solo in Libano), su una popolazione di venti milioni. A ciò si aggiunge un numero imprecisato di giovani all’estero per sfuggire al servizio militare obbligatorio, un milione e mezzo di persone ricercate dalle autorità e migliaia di scomparsi.

Le città siriane sono cumuli di macerie, le milizie e i signori della guerra dettano legge su buona parte del territorio e, mentre i “garanti” di Astana – Russia, Iran e Turchia – iniziano a parlare di ricostruzione e del ritorno dei rifugiati, il tema della giustizia e dei desaparecidos giace nell’oblio.

Nelle ultime settimane, centinaia di famiglie siriane hanno scoperto che il governo ha emesso i certificati di morte dei parenti scomparsi, la maggior parte dei quali sono stati giustiziati con esecuzioni sommarie all’interno delle carceri del regime. Numerosi osservatori ed esperti dei diritti umani sostengono che Bashar al-Assad si senta sicuro di aver vinto la guerra. Forte dell’impunità internazionale, Assad è ben consapevole che non ci sarà nessun cambio di regime e che lo spirito rivoluzionario di migliaia di civili e attivisti è stato demolito.

Non è facile fissare un appuntamento con l’avvocata Noura Ghazi Safadi, fondatrice di Families for Freedoom ed esperta nel campo della detenzione arbitraria e delle sparizioni forzate. Alterna le sue giornate tra conferenze, incontri con la commissione europea e colloqui con i sopravvissuti alle carceri governative. Dal 2011, ha incontrato più di 2000 detenuti tra civili, attivisti pacifici, prigionieri politici e oppositori del governo. Ha raccolto testimonianze e denunce delle torture fisiche e psicologiche subite all’interno delle prigioni del regime di Bashar al-Assad. Ha trascorso migliaia di ore all’interno delle carceri. E sempre dietro le sbarre ha sposato suo marito Bassel Khartabil Safadi. Ingegnere informatico e noto attivista, Bassel è stato uno dei padri fondatori della rivoluzione siriana. Arrestato a marzo 2012, di lui si sono perse le tracce nel 2015. Anche Noura è stata costretta a lasciare la Siria. Troppi rischi e minacce da parte del terribile apparato di sicurezza del regime.

<<Lo scorso agosto, ho scoperto che mio marito è stato giustiziato. Dov’è il suo corpo? Dove sono i corpi di tutte le persone scomparse?>>, domanda l’avvocata, <<Ciò che cerchiamo è verità e giustizia. Vogliamo una corte speciale per i crimini commessi in Siria. E sono sicura che un giorno porteremo tutte le persone responsabili di questi reati in un tribunale>>.

https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2018/08/14/news/siria_desaparecidos_scomparsi_assad_isis-204101619/